Linea
Segno sulla lavagna. Si nomina, non si copia da uno schermo. Può essere continua o interrotta. Non si misura in centimetri: si descrive.
Parole
Elena le dice due volte. Non si stampa un dizionario. L’aula parla italiano. Il prodotto si chiama Henrel; il lessico serve a stare in stanza, non a vendere un glossario.
Segno sulla lavagna. Si nomina, non si copia da uno schermo. Può essere continua o interrotta. Non si misura in centimetri: si descrive.
Intervallo tra due segni. Si osserva in silenzio. Non è un timer. Non si riempie di esempi.
Frase sul quaderno. Tre al giovedì, non un diario. La prima descrive, la seconda nota ciò che non si è seguito, la terza è breve e personale.
Fogli in aula. Restano cartacei. Si prendono dal tavolo laterale. Non si spediscono.
Due modi di dire se la linea occupa lo spazio o lo lascia. Elena le usa il martedì. Non sono giudizi sul mercato: sono parole sulla lastra.
La porta dell’aula. Fuori c’è il palazzo. Dentro, otto sedie. Si parla a voce bassa oltre la soglia.
La parola che si dà a un segno. Elena la dice due volte. Chi è in aula la dice la terza. Non è un titolo di mercato: è una descrizione.
Prima riga del quaderno. Ciò che era sulla lastra. Si scrive dopo, non durante il gesto di Elena.
Seconda riga. Ciò che non si è seguito. Non è un errore da correggere: è una constatazione.
La superficie. Si cancella a fine incontro. Non si fotografa. I marker stanno sul vassoio.
Carta personale. Resta a chi lo porta. Il giovedì Luca ne legge tre righe, non l’intera pagina.
Se una tredicesima parola entra per abitudine e somiglia a un tasto, Elena la toglie e si torna alle dodici. Il lessico non cresce con l’anno. Resta questa lista, in italiano, in questa sola aula.