Svolgimento
Arrivo, lavagna, uscita.
Una lezione Henrel ha un ordine fisso. Non c’è rinfresco. C’è un corridoio, otto sedie, una lavagna. Il prodotto si chiama Henrel. La sequenza sotto vale per tutti e tre i giorni, con il contenuto che cambia secondo l’orario.
Prima — campanello, cappotto, quaderno sul banco. Lo schermo resta in tasca. Chi parla nel corridoio abbassa la voce: gli altri uffici del palazzo chiudono a orari diversi.
Apertura — Elena indica la lavagna. Si nomina. Se la stanza parla sopra, si ricomincia dal segno. Non si riassume ciò che è successo la sera precedente, se non in una riga sulla lastra.
Pausa — cinque minuti. Acqua. Poi di nuovo i banchi. Non si esce dal palazzo. La porta dell’aula resta socchiusa.
Chiusura — la lavagna si cancella. Si esce. I fogli restano a chi li ha scritti. Non si fa una foto di gruppo. Non si lascia la sedia in mezzo al passaggio.
Il giovedì, dopo la chiusura, Luca ripone il registro. Gli altri due giorni Elena spegne la lampada. Le scale si scendono in silenzio: il palazzo è residenziale oltre il secondo piano.
Nel corso della lezione non si passa da un argomento a un altro per coprire il tempo. Se la linea sulla lavagna è stata nominata, si resta su quella linea. Se l’intervallo è stato osservato, si resta sull’intervallo. Il giovedì, le tre righe occupano lo spazio che occupano: Luca non le riassume in un titolo.
Chi tossisce, chi apre una bottiglia, chi si alza per l’acqua: sono movimenti del corridoio o del banco, non interruzioni da commentare. Elena non chiede di ripetere a voce alta. Luca non chiede di leggere a turno. La stanza ascolta e scrive, o ascolta e basta.